100 ANNI DI DESIGN LEICA – EVOLUZIONE O RIVOLUZIONE?

  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  

100 anni di design Leica – evoluzione o rivoluzione

 

In quest’ultimo secolo la Leica a telemetro è sempre riuscita ad essere una delle fotocamere più rivoluzionarie, pur restando fedele a se stessa.   Sono bastate poche modifiche per tenerla costantemente all’avanguardia della tecnologia fotografica.   Oggi la Leica M è un oggetto esclusivo, costruito senza compromessi, magari meno versatile delle onnipresenti reflex, ma insostituibile per alcuni generi fotografici.   Chi acquista una Leica è un esperto esigente, che la ritiene indispensabile per il suo stile fotografico.

L’attuale Leica M type 240 fa tesoro di questo secolo d’esperienza pur mantenendo la piena compatibilità con la maggior parte degli obiettivi prodotti per il sistema M dal ’53 in poi (ma con opportuni adattatori potrebbe montare quasi tutti gli obiettivi esistenti).   Le fotografie scattate con la Leica M riescono a creare un’atmosfera unica: sarà per la qualità degli obiettivi, per la discrezione dell’apparecchio, o per l’impegno richiesto al fotografo nell’impostazione manuale delle sue funzioni, ma quando riuscirete a percepire questa atmosfera non sarete più in grado di farne a meno.

Ripercorriamo tre fasi fondamentali della storia di Leica esaminando i tre modelli della nostra collezione:

 

IIIc – 1950 (a vite)

Non ho mai avuto veramente bisogno della Leica IIIc, soprattutto per il lavoro, è sempre stato un mio costoso capriccio, ma è anche una pietra miliare nella storia della fotografia.

Per farla breve, la fotocamera Leica è stata concepita da Oskar Barnack come un semplice esposimetro per il mondo del cinema: lo scopo era di scattare qualche fotogramma su una piccola striscia di pellicola presa da una lunga bobina, svilupparla per capire se era esposta correttamente, poi riprendere con la cinepresa usando gli stessi parametri.   Barnack non godeva di buona salute e ha provato a portarsi questo leggero apparecchio nelle escursioni in montagna, scoprendo che anche negativi così piccoli, se supportati da buoni obiettivi, erano capaci di restituire ottimi risultati.   Nella Leica la pellicola perforata scorreva in orizzontale, invece che in verticale come nella cinepresa, quindi il fotogramma era di dimensione doppia rispetto a quello cinematografico, che comunque era ritenuto sufficiente a riempire di sogni uno schermo del cinema.

Quindi Leica è stata responsabile dell’ invenzione (o meglio della conversione fotografica) della pellicola 35 mm, dando vita al negativo 24X36 mm, ancora oggi definito “Leica”, nome utilizzato perfino per i sensori pieno formato delle moderne reflex digitali.   Questa è stata una vera rivoluzione nel mondo della fotografia, se si pensa che i primi prototipi sono stati utilizzati nel 1914, quando lo standard professionale per i reporter prevedeva l’utilizzo delle lastre in vetro su fotocamere Graflex.   Non era solo un vantaggio in termini di ingombri e di pesi, ci si liberava delle fragili e laboriose lastre in vetro, per sostituirle con 36 esposizioni consecutive sul singolo rullino.

Inoltre, la natura degli obiettivi usati con la Leica forniva grandi vantaggi: per la maggiore luminosità, le minori lunghezze focali, ed il conseguente aumento della profondità di campo, le immagini erano meno mosse e sfocate.   Le cose sono migliorate ulteriormente con l’introduzione di pellicole sempre più sensibili e di maggiore qualità, che hanno reso possibile la fotografia a mano libera in condizioni di scarsa illuminazione.   La Leica era un mulo, letteralmente a prova di proiettile, molto diversa dalle raffinate e delicate Rollei.   L’otturatore a scorrimento orizzontale sul piano focale, con tendine in tela gommata, non era ideale per l’uso con il flash, infatti nel mio modello non è previsto alcun collegamento, ma era particolarmente silenzioso ed adatto a lunghe esposizioni a mano libera.

Come se non bastasse la conquista del piccolo formato, la fotocamera Leica conteneva un’altra importante caratteristica, la messa a fuoco a telemetro.   Il sistema era preesistente, ma è stato ben presto integrato in tutte le Leica, ai tempi degli apparecchi con attacco obiettivo a vite rappresentava ancora un maldestro tentativo, con due distinte finestre per la messa a fuoco e per l’inquadratura, entrambe poco luminose.   L’assoluta perfezione per la formula del telemetro arriverà solo nel 1954, con l’introduzione della Leica M3, il primo modello con l’attacco degli obiettivi a baionetta: questa fotocamera aveva un’unica finestra, grande e luminosa, con una piccola sezione al centro per la sovrapposizione dell’immagine fantasma e la messa a fuoco del soggetto.   Nella stessa finestra, c’erano cornici luminose per indicare l’area inquadrata con l’obiettivo in uso, capaci di compensare l’errore di parallasse durante la messa a fuoco.

Tornando al concetto secondo il quale la fotocamera influisce sul modo di fotografare, è lecito dire che senza la Leica non ci sarebbe mai stato Henri Cartier Bresson.   Lungi dall’essere l’unico fotografo ad averla usata, è stato probabilmente il più fedele alla marca e il più compatibile con la filosofia sottesa.   Il “momento decisivo” che cercava di catturare, richiedeva un fotografo discreto e possibilmente invisibile, armato di un apparecchio piccolo e silenzioso.

Esaminando le sue fotografie, si può percepire il passaggio dall’utilizzo delle Leica a vite a quelle a baionetta: voleva che le sue immagini fossero stampate per intero, includendo una sottile cornice nera ricavata dalla pellicola non impressionata che circondava il fotogramma, era un sistema elegante per sottolineare che le sue immagini non erano tagliate in fase di stampa, ma erano abilmente composte in fase di ripresa.   Questo significa che le immagini scattate con la Leica a vite, spesso e volentieri, mostrano le perforazioni della pellicola che vanno a lambire i bordi dell’immagine, a causa del difettoso trascinamento e del macchinoso caricamento del rullino.

Concedetemi di riassumere tutte le fasi di carica del rullino:

– aprire e rimuovere la base della fotocamera

– estrarre la spoletta ricevente

– inserire la linguetta del rullino nell’attacco della spoletta

– inserire spoletta e rullino nel corpo macchina, la pellicola che li collega scivolerà nella fessura del piano focale

– svitare l’obiettivo

– armare l’otturatore

– impostare la posa T combinando entrambe le ghiere dei tempi

– schiacciare il pulsante di scatto, scatterà solo la prima tendina, lasciandovi l’accesso al piano focale, dove potrete vedere la pellicola appena inserita

– noterete che la pellicola non è scivolata fino in fondo, quindi pressate delicatamente con il pollice e fatela scivolare verso la parte superiore della fotocamera 

– estraete il pomello del riavvolgimento e mettete in tensione la pellicola avendo cura di non sganciarla dalla spoletta ricevente

– rimettete in posizione la base dell’apparecchio e chiudete la serratura

– spostate la ghiera dei tempi lenti sulla posizione 1 secondo per chiudere la seconda tendina dell’otturatore

– riavvitate l’obiettivo

– avanzate la pellicola e scattate un paio di fotografie a vuoto per raggiungere i primi fotogrammi utili

– resettate manualmente il contapose

– riprovate a girare il pomello del riavvolgimento, se incontrate la giusta resistenza, la pellicola è agganciata correttamente.

Da questa descrizione, potete intuire che la Leica a vite non era molto pratica da usare, ma è stata comunque rivoluzionaria per i suoi tempi, rappresenta tuttora un magnifico esempio di precisione meccanica ed è splendida da guardare.

 

M4-P – 1982 (a baionetta)

Mi piace paragonare la Leica alla Porsche: entrambe sono marche tedesche, realizzano prodotti di qualità elevata e costosi, perseverano nei loro presunti errori.   Lanciano nuovi prodotti, di tanto in tanto, ma solo per allargare la clientela e restare a galla, ma il prodotto per antonomasia è uno per ogni casa.

Nel 1964 la Porsche ha abbandonato il modello 356 per passare alla 911, che produce tuttora, continuando a migliorare un’impostazione meccanica sbagliata fin dall’inizio.   Installare il motore dietro al veicolo, a sbalzo oltre l’asse delle ruote posteriori, è come mettere il carro davanti ai buoi: la ricetta ideale per un disastro (a meno che non siate un pilota in pista, in questo caso i difetti diventano vantaggi).   Incaponirsi su questo “errore” per i successivi 48 anni (ma l’idea originaria risaliva agli anni ’30 ed al primo Maggiolino VW) è tipico dei tedeschi: preferiscono restare fedeli alle preferenze dei clienti, piuttosto che prestare la minima attenzione alle più elementari leggi della fisica.   I progressi tecnologici sono riusciti a correggere quasi tutti i difetti di questa impostazione (e oggi si può serenamente prestare la propria turbo alla moglie per andare a prendere i figli a scuola, anche se piove!), ma il concetto di fondo è ancora “sbagliato” e questo conferisce all’automobile il suo carattere unico.    Anche se la Porsche produce veicoli molto più bilanciati e sportivi (la famiglia Boxter – Caiman), chi desidera veramente una 911 (e sa come gestirla) non si accontenterà di nient’altro.

Nel 1954 la Leica abbandona le fotocamere con l’innesto a vite, per passare a quelle con innesto a baionetta, tuttora in produzione e finalmente reduci dal delicato passaggio al digitale.   Anche le fotocamere a telemetro Leica hanno difetti evidenti, dato che non sono versatili come le onnipresenti reflex digitali ma, anche in questo caso, una ristretta cerchia di fedelissimi non è disposta a scendere a compromessi quando si tratta di determinati tipi di fotografia ed è preparata a pagare l’alto prezzo richiesto da Leica pur di accaparrarsi l’idolatrato apparecchio.   A parte gli innegabili vantaggi pratici di un apparecchio così specialistico, l’esperienza nell’utilizzo è gratificante per la cura con cui è realizzata la Leica M.   Il funzionamento dei comandi, la sensazione di robustezza dei materiali (non c’è molta plastica in una Leica M, solo metallo), l’approccio professionale ed essenziale, contribuiscono a suscitare lo stato d’animo ideale per rendere al meglio delle proprie possibilità.

Se vi interessano le pure prestazioni oppure dall’affidabilità, una reflex giapponese è più che sufficiente e vi fa risparmiare.   Ma non vi illudete, è uno specchietto per le allodole.   Avere a disposizione tutto, non sarà mai abbastanza: dovete tornare alle cose basilari se volete veramente di più.

La Leica M è la vera fotocamera professionale: se ve la potete permettere in aggiunta ad un dignitoso corredo reflex, non ve ne pentirete.   Usarla vuol dire tornare a far parte del procedimento, pensare di più prima di scattare la foto, essere l’unico incaricato e pienamente responsabile del risultato finale, pianificare ciascuna immagine, smettere di sparare a caso sperando che la macchina si sia impostata correttamente.  Soprattutto, vuol dire FOCALIZZARE.

Rispetto alla Leica a vite quella a baionetta è molto più pratica, con un sistema di mirino e telemetro finalmente all’altezza di qualsiasi situazione (quello della M3 è tuttora considerato il migliore di tutti).   La finestra è unica, grande e luminosa; mettere a fuoco con l’immagine fantasma al centro è semplice e veloce ma, più di ogni altra cosa, si può fare anche in condizioni di luce bassissima.

Al confronto, una moderna reflex autofocus, con tutti i suoi ronzii e lampi di luce pilota, risulta discreta quanto un petardo: il punto debole delle autofocus è proprio la messa a fuoco!?!   Qualche settimana fa stavo cercando di scattare fotografie spontanee con la mia Nikon D300, durante una cena in un ristorante scarsamente illuminato.    Il 50 mm. 1.4 rendeva la messa a fuoco critica e non volevo l’aiuto della luce di messa a fuoco ausiliaria, per non rovinare l’atmosfera spontanea della circostanza segnalando la mia presenza, ma non avevo ausili di messa a fuoco sul vetro smerigliato, né potevo distrarmi a guardare il pallino in un angolo che mi diceva quando ero a fuoco.    Risultato: poche foto a fuoco, ma con una splendida atmosfera e soggetti naturali e spontanei.   Sicuramente sarebbe stato meglio con una Leica M, in questa situazione specifica, ma anche nei reportage, oppure nei matrimoni.

La Leica M è la fotocamera perfetta dovunque la luce sia scarsa, ma fondamentale per conservare l’atmosfera e in generale per sorprendere il soggetto immerso nel suo ambiente.   Il secondo miglioramento introdotto con la Leica M era lo sportello sul retro dell’apparecchio, che rendeva più agevole il caricamento della pellicola e che ha cancellato le perforazioni dalle stampe di Henri Cartier Bresson.   Dopo la M4, Leica ha cercato di inserire l’esposimetro all’interno di una fotocamera più moderna, ma la M5 del 1971 è stato un completo fallimento (piace solo ai collezionisti per la sua rarità).   Ingombrante, pesante e fragile, la M5 è stata snobbata dai fotografi professionisti e la Leica è stata costretta a tornare alla vecchia ricetta, prima con la M4-2 e poi con la M4-P.  Solo la successiva M6 (1984) è riuscita a ospitare efficacemente l’esposimetro.

 

M Type 240 – 2014 (baionetta digitale)

Il sistema M si è affacciato sulla realtà della fotografia digitale nel 2006, con la M8, ma rinnegando il formato 24X36 mm. che aveva reso famosa la Leica (e che ne aveva pure preso il nome).   Nel 2009 la Leica ha lanciando la M9, con sensore di formato pieno 24X36 mm., capace di usare quasi tutti i vecchi obiettivi Leica alla loro lunghezza focale originale.   L’attuale gamma M comprende anche la bizzarra ma meravigliosa Monochrom per sole immagini in bianco e nero.   Proprio come la Porsche con la sua 911 GT3 RS, Leica sarà sempre lieta di darti di meno se sei disposto a pagare un consistente prezzo extra.   Modello di punta della gamma attuale e la M Type 240(che sarebbe la M10), ma ci tengo ad evidenziare che sono tuttora in assortimento le gloriose fotocamere meccaniche per pellicola (M7 ed MP), con otturatore a scorrimento orizzontale e tendine in tessuto gommato.

Ho acquistato una Leica M Type 240 di recente, ero impaziente di trascinare i miei vecchi obiettivi Leica nel moderno flusso di lavoro digitale: mi mancavano, ma mi mancava anche la disciplina di lavorare con questa fotocamera.   Il suono dell’otturatore è tornato al sussurro della mia M4-P, nonostante le volgari tendine metalliche.   Ricordo ancora quando un mio amico, tutte le volte che stavo per scattare una foto, si avvicinava solo per sentire lo scatto delle tendine in tela gommata della mia M4-P, credo che piacerebbe anche a lui il suono della nuova M digitale.

L’avvento del sensore CMOS consente non pochi vantaggi, come il live view, il focus peaking o la funzione video; ma tutte queste innovazioni possono distrarre dalla purezza di un apparecchio M.   Inevitabilmente, il progresso finirà per derubarci di buona parte della poesia presente nella nostra vita quotidiana, ma chi lavora in Leica sta facendo tutto il possibile per conservarne il più possibile all’interno dei loro prodotti.   Non sono vittime di ogni nuovo capriccio tecnologico: aggiornano un buon prodotto con i soli tangibili vantaggi che il progresso può offrire – punto.


  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  

Leave a Comment