Anima ruvida

Anima ruvida

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La foglia plana docile sulla mia testa e io smetto di parlare con il vento. E’ come tornare indietro da un sogno, abbandonare di colpo un pensiero, sempre lo stesso, vecchio e immobile, stanco, lasciarlo cadere senza voltarsi, senza ascoltare la sua voce. Una pausa dall’inferno.

Osservo la mia mano. Sento ancora nelle dita la consistenza morbida della stoffa, i piccoli dossi delle cuciture, la durezza improvvisa della cerniera sulla schiena. Un abito da bambina. Un meraviglioso abito da bambina. Lo accarezzo tutte le mattine ormai, una specie di rito, come il bacio del risveglio, o il caffè bollente.

Ora che l’avevo mandata a studiare in un’altra città perchè il lato brutto del mondo non le pesasse sulla schiena ancora troppo tenera. Ora che mia figlia era lontana e avevo paura di scordare la sua voce.

Una coda di vento si insinua tra i miei polpacci annusandoli. Più giù, tra i limoni lucidi e le viti, il sole tira calci alla bocca del vecchio pozzo. Una bocca rimasta aperta.

Un odore di muffa e ruggine viene su come un fiato marcio e covato a lungo.

No, non è una bocca ma un occhio. L’occhio della terra che vede tutto.

Mi ripulisco le mani con un cenno di applauso e guardo la mia casa.

Sento le costole frenare il cuore in tumulto.

Ingoio aria e mi ravvivo i capelli. Camminando riacquisto sicurezza e il cuore decelera un pochino. Il vento rinforza, trascinando nuvole e sabbia e foglie faticosamente intatte e marroni.

Chiudo la porta dietro di me.

Il frigo rumina forte. Prendo la carne, un bel pezzo di carne rossa e bagnata. La poso sul tagliere. Col coltello taglio dei bocconcini. Poi strappo una cipolla dal mazzo appeso sopra il frigo. Prendo dei pomodori maturi scegliendoli con cura dalla cesta e poi il sedano e le carote, comprati ieri al mercato.

Siamo i soli a non avere un orto. Dice che non ha tempo per stargli dietro. E io sono una donna venuta dalla città. Manderei tutto in malora. E’ quello che so fare meglio. Rovinare le cose.

Dopo lo schiaffo mi aveva regalato una rosa.

Dopo i calci un abito nuovo.

Metto tutto nella pentola e aggiungo acqua e un dado canticchiando una ninna nanna.

Lo accolsi di nuovo dentro di me. Mentre rigava di lacrime il mio corpo, un perdono fatto di carne e acqua.

L’amore malato è sordo e muto. L’amore malato non ha occhi.

Smisi di contare i segni sul mio corpo, e di guardarmi allo specchio. Smisi di essere qualunque cosa fossi stata prima.

Aggiungo ancora dell’acqua. Una mosca ronza disperata in cerca di una via di fuga. Spalanco la finestra e le regalo quella libertà che non mi appartiene. Chiudo gli occhi ma in ritardo, e la mia faccia appare riflessa sul vetro.

Fisso il mio viso tagliato nella pietra, la bocca piccola e sottile come una ferita. Una faccia senza tempo, severa e asciutta. Una faccia su cui non si può fermare niente. Senza tempo e senza spazio.

Appoggio la fronte sul vetro liscio e freddo rabbrividendo. Lascio che il freddo mi circoli dentro in onde fluide e selvagge.

E’ con questi occhi che accoglierò mia figlia quando verrà a trovarmi?

E’ con queste mani rotte e aggiustate tante volte che le carezzerò il viso?

Mi stacco lentamente dal vetro e chiudo la finestra.

Spengo la fiamma, sciolgo il grembiule e lo lascio cadere a terra.

Controllo che nella borsa ci siano i documenti, e i fazzoletti. Soprattutto questi. Perché non so ancora abbastanza di me.

E’ strano ora questo rumore di fretta e gelo alle gambe e pranzo pronto sul gas.

La voce di Viola brilla ancora più forte ora che lei non c’è. E’ una specie di eco, un riverbero senza confini.

Inforco la bicicletta tremando.

Dalla strada lo vedo rincasare.

Cammina sul viale. La testa incassata nel giubbotto di jeans, le gambe che sbucano come matite colorate da un astuccio.

Non mi giro mentre mi chiama. Mi lascio trasportare dal vento verso un orizzonte di tetti e antenne intirizzite. Lascio la bici nel cortile della caserma. E questa volta entro.

Le parole corrono lungo i bordi della scrivania marrone, si posano sull’uomo in divisa spezzandone il respiro, volano fino alla donna che scrive e scuote la testa e la sua massa di ricci neri e non mi guarda mai.

Immagino il mio viso, ora che le parole sono state scritte, e il male è inchiostro su un foglio, e il sole bagna le mie spalle e gli alberi scodinzolano morbidi al tocco fine del vento.

Immagino il mio viso. E’ bello.


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