CHE FINE HANNO FATTO LE ABITUDINI?

CHE FINE HANNO FATTO LE ABITUDINI?

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Se raccontassi di una famiglia riunita a tavola per la colazione, col papà che legge il giornale, la mamma che scalda i cornetti e i figli che bevono il latte probabilmente vi verrebbe in mente la pubblicità della Kinder. Al giorno d’oggi è già tanto farla, la colazione. Un boccone di fretta mentre si prepara la borsa, un caffè al volo mentre ci si infila la giacca e un saluto veloce prima di tuffarsi tra i mille impegni di ogni giorno. Si è persa la concezione del tempo, dei valori. Si dà la priorità alle cose sbagliate, materiali, corporee.

Franca Valeri, una delle protagoniste del teatro italiano del Novecento, racconta di quanto, “ai suoi tempi” fosse importante il dopocena. Ci si riuniva per raccontarsi le cose, parlare dei figli, della villeggiatura estiva. Si parlava per ore mangiando biscotti e marrons glacés, sorseggiando i liquori che si tiravano fuori dal mobile-bar. Oggi si fa fatica a ritrovarsi tutti insieme per cena, le portate scorrono veloci e silenziose. A parlare è solo la tv. Il dopocena non esiste perché si è troppo stanchi.

Fino a quarant’anni fa i bambini giocavano per le strade del quartiere. Giocare era una cosa semplice, alla portata di tutti. Un bambino portava il pallone e iniziavano tornei di calcio che finivano solo quando le mamme richiamavano i figli in casa. Tutto ciò che si trovava in giro poteva diventare il giocattolo del giorno, ci si divertiva con poco. Poi sono arrivati il computer, la play station, i cellulari. I bambini di oggi non conoscono più il dolore delle ginocchia sbucciate e l’ebbrezza  delle corse in bicicletta. Non scambiano le figurine e non giocano con le bambole. Giocano solo online, contro avversari che nemmeno conoscono. Hanno barattato la bellezza dei prati verdi con le pareti della propria cameretta.

 

Oggi non si parla più, non ci si racconta. La comunicazione passa attraverso i pochi caratteri di un messaggio su Whatsapp, basta uno squillo per dire “sono arrivato”, “sto bene”, “ti stavo pensando”. Non molti decenni fa le emozioni venivano impresse sulla carta, viaggiavano per giorni e per giorni si aspettava la risposta. I sentimenti erano più veri, non erano dettati dalla voglia di cambiare situazione sentimentale su Facebook solo per ricevere like e poi lasciarsi qualche giorno dopo.

Gli adolescenti non si confidano più. Se sono giù di morale lo vanno a raccontare a una massa di sconosciuti su Tumblr, traendo conforto dai commenti di chi sta peggio di loro. Poco importa se la carezza di un genitore o l’abbraccio di un amico potrebbero sanare le ferite, parlare di sé davanti a una tazza di cioccolata calda non va più di moda, è un cliché.

 

Rubiamo il tempo alle cose importanti per dedicarlo a futilità, siamo dei moderni Robin Hood che hanno mal interpretato il proprio ruolo. Non ci prendiamo più il tempo di guardarci negli occhi però troviamo sempre il tempo per scattare foto al cibo e postarle su Instagram. Siamo alla deriva e non muoviamo un solo dito per tornare a riva, per tornare a fare quello che ci piace e non quello che fa tendenza. Stiamo incollati in silenzio allo schermo del nostro smartphone quando siamo con gli amici e parliamo con gli amici quando siamo da soli, sempre e solo attraverso chat e link.

Albert Einstein diceva “Temo il giorno in cui la tecnologia andrà oltre la nostra umanità: il mondo sarà popolato allora da una generazione di idioti.”

Non sarà che quel giorno è già arrivato?


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