Handicap? Parliamone

Handicap? Parliamone

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La terminologia che si riferisce ai ragazzi portatori di qualche disabilità, dalle più lievi alle più gravi, orbita sempre nel campo della diminutio.
Diversamente abile. Parliamone.
Dietro questo termine si cela molta ipocrisia.
Diversamente? Abile?
Ok, sempre meglio di “handicappato” termine che purtoppo è entrato nella terminologia corrente ed è anche sinonimo di “impacciato”, “goffo” o ancora “incapace”.
Qualcuno si è mai soffermato sull’impatto che questi termini hanno sull’autostima dei ragazzi o dei bambini “DVA”(Diversamente Abile)?
BES, DVA, DSA, diamo i numeri, no, diamo le sigle per non chiamare le cose con il loro nome.

E quando le chiamiamo e definiamo non riusciamo a valorizzare la “diversità”.

Bambini e ragazzi con difficoltà.

Ciò è innegabile, nel senso che non si può negare, nè camuffare.
Un genitore di un bambino “speciale” è consapevole, sa, conosce molto bene i limiti del proprio figlio.
Li ha osservati per anni; prima il sospetto che non riusciva ad essere verbalizzato, poi anni e anni passati tra valutazioni e diagnosi.

Talvolta lo shock arriva alla nascita, talvolta dopo.

Talvolta ti illudi che sia “normale”, ma in tanto, silenziosamente lo confronti con i bambini del parco, del nido, della materna.
Spesso subentra il senso di paura, di ansia.
Spesso questo genitore combatte in virtù di un “onore” da salvare, spesso si abbatte, qualche volta capita anche, con molta vergogna e subitaneo pentimento, che sia inconsciamente o inconsapevolmente arrabbiato con quel figlio che non era come lo aveva immaginato, non era il figlio “perfetto”.

Bambini e ragazzi con difficoltà.
Chi ha esperienza affettiva, prima ancora che professionale, sa che la diversità può essere anche peculiarità, ricchezza, specificità.Perché per l’immaginario collettivo diversità è solo sottrazione.

E se provassimo a cambiare la grammatica dell’HANDICAP?
Se invece della solita DIMINUTIO trovassimo un modo meno ipocrita e più sincero di definire stati e situazioni?
La scuola dice che un ragazzo DVA avrà OBIETTIVI MINIMI … e se si chiamassero OBIETTIVI CALIBRATI? in fondo è proprio quello che succede.
E il SOSTEGNO? E se si chiamasse SUPPORTO?
Strumenti DISPENSATIVI? Sottolineano una sorta di privilegio: ti dispensano dal fare una cosa provocando l’invidia nei ragazzi “normali” che pensano che allora, “gli altri”, siano per questo avvantaggiati (… e in questo modo si amplifica la divisione tra “normale” e “non normale”); se invece si chiamassero strumenti di potenziamento delle abilità individuali?
Programmazione differenziata? E se fosse PERSONALIZZATA?
Essere DVA, BES, ecc ecc è già pesante, perché il mondo oggi sembra fatto solo per ” i normali”.

I ragazzi “speciali” invece hanno una sensibilità e una sofferenza trattenuta.
Si guardano intorno e si confrontano con chi è “normale”, con chi va a scuola e non ha obiettivi minimi, non ha il sostegno, non ha strumenti dispensativi, che a scuola porta solo il suo zainetto, i suoi amici, le sue relazioni.
E questa costante diminutio alla fine diminuisce anche la propria autostima.

Quando si parla dei ragazzi “speciali” abbiamo un’immagine astratta; perché non pensiamo invece a Maria inchiodata sulla sua sedia a rotelle ma con tanta voglia di correre? A Simone che vorrebbe fare l’insegnante, ma nella sua testa le lettere si dispongono sempre in modo caotico e confuso? A Giovanna che non sente, ma che vorrebbe tanto danzare.
Abbiamo mai chiesto a questi ragazzi “speciali” quali sono i loro sogni? Quali sono i loro desideri? Come vorrebbero sentirsi chiamati?
Quale futuro vorrebbero per loro e quale futuro gli sottraiamo tutte le volte inchiodandoli ad una sola definizione sottrattiva?

Senza poi dimenticare che i genitori di Maria, Simone, Giovanna hanno sofferto abbastanza e vorrebbero solo un po’ più di rispetto e considerazione per i loro figli.

Un figlio chiede a sua madre in un momento di rabbia e frustrazione per un (ingiusto) brutto voto :”di chi è la colpa se io non sono normale?”

La madre gli spiega che la normalità ha varie sfaccettature, che tutti sono “normali” e alcuni sono “speciali”.

Maledetta DIMINUTIO che isola i ragazzi “speciali” nella comune logica sottrattiva.

Se il mondo intorno a lui smettesse di riflettere la sua immagine con etichette di varia natura (DVA, ADHD, DSA, …) forse anche lui potrebbe darsi più facilmente una risposta.

Ecco, è quello che vorrei tanto fare per mio figlio oggi: cambiare la grammatica dell’HANDICAP.

Lo scorso 20 novembre è stata la Giornata mondiale dei diritti dell’infanzia.
Di tutta l’Infanzia, anche di quella “Speciale”.

“Si può anche non volere
non dovere, non potere.
Non riuscire a fare questo
ma esser capaci di fare quello.
Essere né di meno, né di più
essere come sei tu.”

“Si può” Giusi Quarenghi, Alessandro Sanna


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