LA REALTA’ NON E’ UN’OPINIONE

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La prova del nove è chiedere “Tu cosa vedi?”
La risposta più indolore è “niente”, quella più banale è “tu sei pazza”, quella più sconfortante è “ahahahhahaha”, quella più dolorosa è “le nuvole”.
“Un sottomarino”, “una rana”, “un orco”, “un salice piangente”, “Babbo Natale”, “un coccodrillo con la bocca aperta, no, aspetta, ora l’ha chiusa”. E’ quello che è capitato di vedere a me.
Ho visto anche un lupo che stava cadendo, come se lo avessero sparato, con la lingua fuori e una zampa sollevata, inclinato, consapevole che quello sarebbe stato l’ultimo respiro.
Provai pena per lui. E liberazione per me.
Un giorno, poi, ho visto un uomo schiacciato dall’insicurezza, un altro inciampato nel banale. Uno che mentiva a uno che gli credeva. Un altro solo basso e uno capace delle bassezze più alte. Uno altamente infedele. Uno incastrato nella mediocrità. Uno con la faccia come il culo e uno con il cuore come un pugno.
Provai rabbia per tutti. Pure per me.
Finchè, come uno stereogramma, ho scorto uno che se ne andava in giro convinto che si debba essere stronzi per fare le cose e magari credendo anche che fosse un’idea originale.
Provai tristezza. Che, si sa, ce ne sono tante, e la mia in quel momento non è stata una di quelle da Belluno di un 14 Gennaio alle dieci di sera sul ponte, ma più una da sala attrezzi di una palestra qualunque con riflesso nello specchio un XY a torso nudo che si fa un selfie per la prossima foto profilo di Tinder.
Una tristezza dimessa, portatrice sana di distacco con il mood da Gioconda per intenderci, che ti fermi e pensi che di sicuro l’hai pescato dagli ‘Imprevisti’ del Monopoli ma che, in fondo, ti ha stupito con disagi speciali, con teorie che avrebbero mandato Freud in analisi per vent’anni, con assiomi sulle donne degni della medaglia Fields, con bugie che avrebbero fatto sentire Frank Abagnale un minorato, con fobie che avrebbero rubato la scena a Di Caprio in Aviator; e allora ti riattacchi in faccia quella smorfia fino al 2021 e ordini uno spritz Aperol con una jacuzzi di patatine per annegare la sfiga.

                                                                                                                                                                       Tu cosa vedi?

Le chiesi giocando.

Claudia
sta scrivendo …

Una donna. Complessa. Dinamica, frizzante, vera. Tenera e forte. E da proteggere.

Claudia
Sta scrivendo …

C’è chi stima Garibaldi, chi Berlusconi , chi il Papa. Io stimo te. Riconosco che sugli altri tre ho dei dubbi ideologici ma tu resti mitica. Una delle persone con cui mi sono confrontata di più negli ultimi anni, una delle più speciali.

Avrà visto il mio Sta scrivendo… a lungo.
Scrivevo e cancellavo. Scrivevo, stavo per inviare e poi cancellavo tutto.
Pausa. Scrivevo. Pausa.
Stavo scrivendo
Ho scritto:

                                                                                                                                                                                 Ahahahahahahahaha

Doppie spunte blu.
Claudia
Ultimo accesso oggi alle 18:07

Chiusi.
Provai confusione.
E’ stato come se mi fossi trasformata da olio di palma in estratto di frutta biologica senza nemmeno passare per la Nutella. Così, sbam.
Allora oggi, che c’è vento di tramontana e il cielo è terso, ho deciso di fermarmi e di rivolgermi quella domanda guardando il mio riflesso nello specchio.
Ho provato imbarazzo, come fosse un primo appuntamento. Poi ho rotto il ghiaccio togliendomi una ciglia dalla guancia per prendere tempo proprio come quando guardavo il nulla nello zaino prima di alzarmi per l’interrogazione di matematica. Però mi toccava e allora mi alzavo preparata solo a improvvisare, ma durate l’interminabile tragitto banco-lavagna mi risuonavano nella mente le parole di mia madre: “Che tanto la parlantina non ti manca”. E c’ha sempre avuto ragione.
Eccomi.
“Cosa vedo?
Beh, meglio spararle subito le bombe: vedo una donna abituata al minimo, al poco, spesso al niente. Pronta a barattarlo per un abbraccio, magari elemosinato, nel quale potersi abbandonare.
Simbiotica con il male e incredula con il bene. Ricevuti.
Troppa, sì non tanta, proprio troppa, con il bene. Dato.
Capace di tollerare scempi alla sua persona ma incapace di accettare che qualcuno possa vederla per quello che non è.
Dottorato in resistenza e comprensione, scarsa in vaffanculo&sticazzi.
Vaccinata contro il pregiudizio e il rancore.
Specializzata in ‘Dire sempre quello che pensa’ ma impreparata a ricordare che la verità è come lo zenzero: fa bene ma da solo brucia. Invece, diluita con 4,5 cl di luoghi comuni, 12 cl di apparenza e 0,5 cl di finzione diventa un must della vita mondana.
E libera. Nella mente. Libera da qualsiasi provincialismo e conformismo e posa e posizione. Libera soprattutto dalle storie sui social che vi stanno sfuggendo decisamente di mano, che io ad oggi non ho mai ricevuto un Direct manco per sbaglio e mi sento fortunata. La libertà per me, per esempio, è poter ballare quando mi pare, tra i corridoi del supermercato, nel parcheggio prima di aprire la macchina, sulle scale mobili della metropolitana; cantare in attesa del verde al semaforo e ridere fino a dimenticarmi di respirare. Che la genuina espressione di sè non nega la serietà ma la esalta.
Poi lo so, una così, in un paesone dell’entroterra del sud dove ai figli viene dato ancora il nome dei nonni paterni e dove l’uomo crede che la sua virilità dipenda dal numero dei cavalli della sua macchina, dove il valore personale è affidato alla grandezza degli stinchi di maiale ordinati il sabato sera, dove si scambia l’apertura mentale per lo sfoggio di un passaporto timbrato dai pacchi di preservativi finiti (onore all’uso delle precauzioni) e dove il divertimento passa prima dal pusher, risulta non solo disadattata ma anche da condannare.
Ma vaglielo a spiegare mo a questi. Peace.

Ora, assodati i pezzi da 90, passiamo ai compiti per casa. Quindi facciamo che nell’equazione io non sono la X da trovare, che quando sei una cessa in matematica come me quella x è puntualmente sbagliata, ma sono la K che c’è e resta. Però io di scientifico conosco solo il liceo che ho fatto e l’unica formula che ricordo a memoria è la formula chimica della tristezza dell’ingegner Cane: F alla – 1.000 x nessuno x 3 – 2 radice quadrata di 4. Questo è il massimo della scientificità che riesco ad applicare ai sei miliardi di persone che siamo (oltre gli ufo ovviamente) che è illegale imprigionare in categorie e definizioni. Ma anche credere in tutti i sei miliardi di esseri umani, caro Mengoni, non è solo illegale ma letale! Senti a zia, che sarei stata capace di scorgere del buono anche in Charles Manson.
Ero fermamente convinta che ogni essere umano, dal più corretto al più meschino, dal più profondo al più superficiale, dal più evoluto al più cavernicolo, avesse dentro di sè un cuore bianco. E invece ho capito che forse del buono c’è in tutti, ma qualcuno di bianco magari ha solo la milza. Perchè aspettarmi che gli altri mi tratteranno bene perchè io tratto bene loro è come pensare che uno squalo non mi mangerà perchè io non mangio lui. E a qualcuno sembrerà ovvio, ma per me è sempre una sorprendente delusione. Perchè, parliamoci chiaro, non sono un’etologa ma basta la quinta elementare per sapere che gli animali non hanno tutta quella parte cognitiva ed emotiva di chi ha il pollice opponibile, e mi imbarazza notare come il capitale umano di molti sia ridotto alla combo sguardo+chat o, peggio, alla dicotomia maschio-femmina per affermare la supremazia dei diritti dei primi (e la simultanea sconfitta dei neuroni, ma questo non lo sanno).
Reduce dal mio Bataclan sentimentale, ho capito che è stato proprio questo il più grande errore che io abbia mai reiterato.
Je suis stiubb’d.
Dunque, lo dico a me ma se non avete la gotta alle mani prendete appunti:
– Non bisogna scrivere un poema a chi salterà pezzi interi perchè sta rispondendo all’amico per andare a una serata. Anzi, non bisogna scrivere un poema punto.
– Non si concedono le lacrime a chi ha fatto zero per non fartele versare.
– Non si deve muovere il culetto per chi non muove nemmeno una falangetta.
– Non si regala il proprio tempo a spiegare a chi non è intenzionato a capire.
– Non si può continuare a ripetere la verità a chi non è in grado di vederla.
Perché, credetemi, non c’è nulla di più avvilente di tutto questo.
E, soprattutto, basta con i clichè, che cafone non fa figo, fa cafone.
Ah, e bisogna essere prudenti quando salta in mente di “fare pazzie” per qualcuno. Perchè non tutti possono capire che mettere a nudo tutto il tumulto della propria emotività, perdendo il controllo di sé fino quasi a dimenticare anche la buona creanza, è prova di rara, somma e spregiudicata umanità.
La si deve donare solo a chi è degno di sensibilità. Diversamente statevi a casa con il piumone fino alle sopracciglia, leggete l’elenco telefonico, vedetevi Ben Hur, contemplate il frigo, imprecate in aramaico i passanti dal balcone, scarabocchiate sui muri, soffiate sul brodo a tutta la famiglia, giocate a Risiko con amici immaginari, offritevi volontari per sbucciare lupini ma, per cortesia, non le fate. E se vi verrà voglia di scrivere (perché vi verrà eccome), perché la mancanza è una brutta stronza, ricordatevi che mettersi le dita nel naso può essere molto, ma molto più gratificante.
Il silenzio: questo sconosciuto.
L’ho sempre sottovalutato e rifuggito come la peste bubbonica e invece ho capito che è di grande importanza saperlo adoperare: come il sale che non va dosato in base alla quantità di pasta ma alla quantità di acqua, così il silenzio va usato in base alla quantità di dolore e non di rabbia. Non deve servire a far finire le parole e a far iniziare le parolacce, ma semplicemente a prendere atto.
Semplicemente. A. Prendere. Atto.
inception-006
Atto che ha sempre visto cose che non esistono e ci avrebbe guadagnato di più esprimendo questa virtù nella produzione dei film di Bruno Liegi Bastonliegi,
atto che mostrare la realta’ a chi è bloccato nella fantasia è un’impresa lacerante e perdente,
atto che non sa che ciò che dà sicerezza non sono le corazze ma la fiducia.
Atto che uno dei miei film preferiti ha ragione: “Qual è il parassita più resistente? Un batterio? Un virus? Una tenia intestinale? Un’idea. Resistente, altamente contagiosa. Una volta che un’idea si è impossessata del cervello è quasi impossibile sradicarla”. Ed è impossibile davvero. Porco il demonio!
Atto, però, che abbiamo avuto il nostro tempo. Che l’insufficienza in matematica è stata sempre compensata da una lode in chimica e che anche nella più crudele noncuranza sono sopravvissuti momenti di Reale bellezza.
Atto che fa male.
Atto che non servono teste di cavallo nel letto né medaglie al valore.
Atto che resta solo il caro e buon niente.
E mi sento come Jacob nell’ultimo romanzo di Jonathan Safran Foer quando deve salutare il suo cane prima dell’eutanasia:
“E’ pronto a lasciarlo andare?” chiese il veterinario.
“Scusi. Non ancora”.
A volte ti ci ritrovi dentro anche se ti eri promesso che a te non sarebbe successo. Ci sono cose, sensazioni, che bisogna tenere per sè, che semplicemente devi risolvere da sola, mostrandoti serena, anche quando fuori piove. Che spesso l’inverno può distruggere davvero tutto. E credo che il lato acre dell’amore sia riuscire ad osservare la persona che ami andare ostinata verso qualcosa di sbagliato, farti da parte e lasciarla andare.
Ad alcune persone ci si può avvicinare solo in punta di piedi, lentamente e con le mani ben in vista ma, anche se può sembrare la scena di un banale film americano, ho capito che riuscire ad ottenere un loro abbraccio non è affatto scontato, anzi, è il gesto più forte e vero che nessuna pellicola potrà riprodurre. Tuttavia, quando si inizia ad avvertire alcune parti del corpo al gelo, bisogna ricordare a se stessi che nella vita reale non esistono alleati per chi vede solo nemici attorno a sè e non sa ancora che il nemico è dentro.

Bisogna dare un ordine diverso alla libreria. Perchè se accanto ad Anna Karenina ci metto Don Chisciotte, di sicuro quest’ultimo farà di tutto per salvarla. Il Bene è enorme e può risucchiare, ma bisogna imparare a dire: “A te la mossa, capo”. Alzarsi e andare via. Perchè sarebbe un sacrilegio sprecare questa vita così imperfettamente bella sperando che i ciechi vedano il sole; che quello sorge tutti i giorni e se ne frega se tu non alzi le tapparelle.
Quindi riempitevi di status della Lucarelli quando dice che “Le ossessioni, ansie, struggimenti, sono robe che hanno a che fare con l’affanno. E l’amore felice non s’affanna. L’amore felice respira lentamente, a pieni polmoni. Avrei dovuto capirlo, quando mi credevo felice col fiato corto”, ma chiamate la Sciarelli quando si va fuori di sè e non ci si vede tornare, e fatevi venire a prendere per le orecchie.
Ho capito che essere fedeli a quello che si è, alla fine, ripaga in luce propria; così il sole può anche decidere di esplodere domani ma non resterò più al buio.
Lungo la mia strada ho conosciuto persone splendide così come grandissimi pezzi di merda e altri di entrambi ne conoscerò, ma oggi so che il punto non è pregare la Madonna che mi piombi in testa il meno peggio, che come minimo mi spappola il fegato e se va male mi sminuzza il cuoricino, ma imparare a scansarmi.
A questo punto rivolgo un saluto alla scelta giusta che diventa chiara subito dopo aver fatto quella sbagliata: “Ciao mitica! Tu sì che sei sempre sul pezzo!”.
Io non lo so se nel Tevere ci sono davvero le scorie radioattive che vi fanno piegare in due i termosifoni e girare a mano una ruota panoramica ma nel dubbio fatevelo un tuffo. Perchè quello che so è che serve più Enzo Ceccotti e meno Zingaro. E io intanto vado a fare scorte di yogurt da mangiare con le dita solo con chi, come Jeeg, saprà fermare i tram e riprendersi la principessa.
Stare insieme è innanzitutto una questione di numeri, un po’ come preparare un passo a due di danza: contatevi bene, non fate i calcoli a mente per fare i ganzi, usate le dita e accertatevi di essere in 2 se non vi volete sfracanare a terra. Non uno di meno, mi raccomando. Beh, se poi siete uno di più ricordatevi che non state comprando la mortadella. (Poi, se non volete vedere il vostro Roberto Bolle morto come il cigno, accertatevi anche di non essere una chianca. In tutti i sensi. Che noi XX non scherziamo in quanto a gravità, premestruo escluso).
Svegliarsi la mattina e dover fare l’appello vale solo se disgraziatamente fai l’insegnante per guadagnarti da vivere, ma io C 6 lo voglio dire solo quando gioco a battaglia navale, per tutto il resto voglio qualcuno che c’è. Anche quando le cose andranno di merda. Che non scappi come un furetto impaurito, che sia dotato almeno della quantità minima sindacale di empatia e che sia in grado di dimostrare amore anche solo nelle modalità più rudimentali… a caso, a caos, ma non a cazzo.
Che come dice la saggezza popolare: It’s not always party in Palagiano.

E ora se potessi ti abbraccerei dicendoti che andrà tutto bene, perché è proprio così che andrà”.

“A se stesso disse: La vita è preziosa e io vivo nel mondo.
Al veterinario disse: “Sono pronto”.”

A Claudia dissi: “La risposta più coraggiosa è: la realta’”.


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LA REALTA’ NON E’ UN’OPINIONE
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