LA SARTA

LA SARTA

  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  

-Presto, al più presto.

Il vestito blu scuro, doppiopetto, elegante e di ottima fattura, rimane in bilico al centro della stanza, appeso alla mano dell’uomo tarchiato, e poco più sotto ad una gruccia imbottita.

-Presto. Al più presto, ripete l’uomo. E non è un ordine, proprio no, semmai una supplica scontrosa, una richiesta concepita gentile, ma nata zoppa.

La sarta guarda l’uomo e poi l’abito.

-Quanto presto?

L’uomo assesta il peso sulle gambe, ora pare nervoso, la testa si incassa un poco nelle spalle, pensa alle parole da dire, la fronte si piega in rughe.

-Il vestito è per mio suocero prossimo alla dipartita.

-Capisco, dice lei, e non sa più dove posare gli occhi.

-Che lavoro dovrei fare?

-Stringere, soprattutto stringere.

-Stringere quanto?

-Non saprei. Almeno così.

L’uomo mima una lunghezza con le mani, l’abito ballonzola, la sarta afferra pronta il metro e prende nota.

-Ne è certo? Ma ha calcolato anche le cuciture? I bottoni andranno spostati…. Prosegue lei meditabonda e professionale.

L’uomo ha un attimo di esitazione.

-Semmai faccia un po’ di più….ventitre, ventiquattro..

-Facciamo venticinque?

-Vada per venticinque. Purchè ci entri…..

-Non esiste modo di prendere le misure del dipartente, vero?

L’uomo scruta la sarta con aria severa.

-Naturalmente no. Il dipartente non è collaborativo.

In realtà ci aveva provato a misurarlo. Una sera, approfittando dell’assenza della moglie, aveva squadrato il suocero, magro e assopito nel letto. Poi aveva guardato l’abito appeso fuori dall’armadio, una cinquantaquattro abbondante.

Non avendo a disposizione un metro da sarta, ma neanche un metro di qualsiasi altro tipo, aveva usato l’unica cosa che aveva trovato a portata.

Ma misurare un cristiano di quasi due metri con il righello di plastica di suo figlio Nicolino, anni sette, non è cosa pratica e nemmeno veloce. Specie se il dipartente a metà delle misurazioni apre gli occhi, ti fissa e lancia una leggera ma chiara imprecazione.

-Ma si potrebbe almeno vederlo, così per farmi un’idea? Insiste la sarta con aria pensosa.

L’uomo scuote la testa.

La sarta fa un sospiro e infine acconsente.

L’abito viene poggiato sul tavolo da lavoro, l’uomo saluta serio.

-Mi raccomando.

-Certo. Ci mancherebbe. E’ il mio primo dipartente ma comprendo perfettamente la situazione.

Poi tace con aria colpevole.

Chiude la porta e torna al suo tavolo da lavoro. Libera l’abito dalla gruccia, prepara il filo per l’imbastitura. Misura, scuce, imbastisce. Quanti pantaloni, gonne, camicie, abiti da sposa, tailleur, persino mutandoni ha poggiato su quel tavolo in quaranta lunghi anni di attività.

Ma una cosa così, mai, davvero, mai neanche immaginata.

L’ago le buca l’indice e rimane piantato nel dito.

Spazientita lo sfila e con la saliva aggiusta il danno.

Guarda di sfuggita l’orologio e si massaggia gli occhi con un lungo sospiro.

Afferra le forbici, raddrizza gli occhiali.

E venticinque centimetri siano.


  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  

Leave a Comment