LA SHOAH VISTA CON GLI OCCHI DI UN BAMBINO

LA SHOAH VISTA CON GLI OCCHI DI UN BAMBINO

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Ricordo ancora il vagone gelido del treno che ci ha condotti qui. Eravamo io, la mia mamma e tanti altri bambini con le loro mamme. Alcuni piangevano, avevano la faccia viola per il forte freddo, altri hanno chiuso gli occhi e non li hanno più aperti. Anche io avevo freddo, ma non piangevo. Non volevo farlo davanti agli altri bambini o forse, semplicemente, non ci riuscivo. shoah

“Perché ci hanno portati via?”

Nessuno era mai riuscito a rispondermi. Non la mia mamma, non quel bambino con cui avevo parlato sul treno, non gli occhi tristi di quell’anziana signora che cercava di riparare la sua pelle chiara e venosa con uno scialle sgualcito. Nessuno lo sapeva, nessuno voleva parlare.

Probabilmente perché dire che la nostra colpa era quella di essere ebrei sarebbe sembrato troppo banale, troppo stupido, troppo insensato. Non era una colpa, era solo un dettaglio, un particolare innocuo. Eppure quel dettaglio ci stava portando a lenti passi verso un inferno di lavoro e miseria, verso una squallida tutina a righe adornata con una stella gialla.

Quella stella l’avevo già vista tante volte, e ne ero sempre stato felice. Adesso sembrava quasi un biglietto di sola andata per qualcosa di tremendo, troppo grande per essere compreso dagli occhi innocenti dei miei pochi anni.

I giorni al lager avevano una durata diversa.

A scandire la giornata la chiassosa sveglia al mattino, la piccola razione di pane duro, il lavoro. Poi a letto e di nuovo così il giorno dopo e quello dopo ancora, con la neve, con la pioggia, con il vento che taglia le guance. Con la febbre, la tosse, senza i guanti di lana e il cappello.

E a me mancavano i giochi spensierati, i miei amichetti, persino i compiti e gli insegnanti severi.

Poi un giorno accadde qualcosa di inaspettato: ci dissero che avremmo finalmente fatto una doccia. E dopo settimane di freddo, di poche gocce d’acqua gelida sul viso, di polvere e terra sulle mani, l’idea di una doccia calda era davvero qualcosa per cui sorridere e gioire. Ci convocarono in una stanza gelida, con le pareti chiare e qualche vecchia panca di legno, e ci dissero di spogliarci della nostra tutina sgualcita.

Quel getto che veniva dall’alto non era caldo, né rincuorante. Non lavava, non accarezzava, non dava una bella sensazione. Sembrava solo che tutto quel mondo fatto di odio, di cattiveria, di razzismo, di qualsiasi cosa di tremendo fosse, sbiadisse lento ogni goccia di più, soffocando su se stesso e sui nostri occhi chiusi e stanchi.

In ricordo di tutte le vittime del nazismo. Per non dimenticare le donne, gli uomini, i bambini, strappati via alla vita dall’odio feroce della follia.


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