LICENZIAMENTO COLLETTIVO: UNA STORIA VERA

LICENZIAMENTO COLLETTIVO: UNA STORIA VERA

  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  

Licenziamento collettivo. Un’espressione che fa paura. Ormai siamo abituati a leggerla sui giornali, in internet, per non parlare di quante volte ne sentiamo parlare in TV. Ma cosa significa vivere realmente questa situazione? Ecco la mia esperienza.

Una mattina in ufficio come tante. Verso le 11.00 arriva una mail a tutti i dipendenti: riunione straordinaria indetta per le 14.00. Cosa sarà, cosa non sarà?
«Non è che vogliono licenziarci tutti?» Chiede il solito ansiolitico. E tutti noi a prenderlo in giro.

Poi arriva l’ora della riunione. Quasi trecento persone stipate al secondo piano. E quella parola che affiora alle labbra dell’amministratore delegato: LICENZIAMENTO COLLETTIVO.

Come? Perché?
L’amministratore delegato appare provato. L’hanno deciso dall’America, dove abbiamo la casa madre. Praticamente tutti i dipendenti con funzioni amministrative verranno lasciati a casa, si salverà solo la forza vendita. 130 persone rimarranno senza lavoro.
E la beffa più grande è che l’azienda non è in perdita. Semplicemente, gli Americani hanno calcolato che spenderanno di meno delocalizzando le nostre funzioni in Romania e in Polonia. In Italia il costo del lavoro è troppo alto.
E i lavoratori con figli a carico? Le donne incinte? E quelle in maternità? Licenziati tutti. È una riorganizzazione aziendale, la legge permette di farlo. Verrà contrattata una buona uscita coi sindacati e avremo diritto anche alla disoccupazione.

Sapete la cosa che mi ha lasciata più sconvolta? Le facce dei miei colleghi. Non li avevo mai visti così. Quegli stessi ragazzi con cui sono cresciuta negli ultimi anni, con sono abituata a far battute idiote tutti i giorni, trasformati in uomini e donne dall’espressione tesa e incredula.

Tornando a casa, ho modo di concentrarmi sulla mia situazione personale. Mentre le parole licenziamento collettivo mi risuonano in testa, penso con rabbia a tutti i sacrifici fatti per ottenere il tanto sospirato tempo indeterminato. Alle 12 ore al giorno di lavoro che ci venivano richieste di prassi durante i primi anni (a cui per me si aggiungevano due ore di viaggio). Al congedo matrimoniale a cui ho dovuto rinunciare. A mia figlia di un anno e mezzo che sta al nido tutti i giorni fino alle 18.00, che si ammala in continuazione e che non può nemmeno farsi una convalescenza come si deve, perché non ho nessuno che mi aiuti e devo tornare al lavoro il prima possibile.
E penso anche a quando qualcuno di noi dipendenti ha osato chiedere qualche miglioramento delle condizioni di lavoro… la risposta è stata sempre questa: «Siete fin troppo fortunati ad avere un tempo indeterminato. Se non vi va bene, quella è la porta… vediamo cosa riuscirete a trovare fuori». E poi, quando non siamo più serviti: licenziamento collettivo.

Ormai sono arrivata al nido, è giunta l’ora di prendere la bimba.
«Mamma! Mammaaaaa!!» Esclama mia figlia, aggrappandosi a me come un koala.

“Be’, almeno avrò più tempo per te”, penso, stringendola forte.
Per un po’, infatti, mi prenderò una pausa. Voglio vederla crescere, voglio farla guarire per bene da tutti i malanni del nido. Voglio seguire i suoi progressi. Mi sono già persa i suoi primi passi: non li ha fatti con me, ma al nido.
Insomma, voglio ricavare il meglio da questa situazione. Per me, per lei, ma non solo.
Sì, perché c’è qualcun altro a cui dovrò dedicarmi, molto presto. Ancora non lo sa nessuno, ma una nuova vita sta nascendo dentro di me.


  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  

Leave a Comment