Una mamma, la Signorina Autostima ed una birra insieme.

Una mamma, la Signorina Autostima ed una birra insieme.

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E’ vero.

Dieci anni fa portavo la 40 scarsa, potevo permettermi di indossare magliette aderenti senza timore, di andare a dormire alle cinque del mattino e poi correre in ufficio dopo due ore di sonno e un caffé triplo senza che i miei occhi mi tradissero, mangiavo un dolce-anche-due e la soddisfazione non era mai e dico mai macchiata dal senso di colpa. (Mi guarda di sottecchi, la Signorina Autostima. Forse si ricorda che siamo state grandi amiche, ma ora è da molto che non ci vediamo…)

Oggi porto una taglia in più, le magliette sono rigorosamente un po’ “larghine” sul punto vita, se non dormo sette ore sembro Dracula e una fetta di cheese cake sono almeno 10 km di corsa. ( La Signorina Autostima scende lentamente verso il basso, offesa, per finir sotto le suole delle mie scarpe.)

Ho trentasei anni (devo correggere le informazioni nel profilo. O forse no. Io amo i numeri dispari), due figli avuti in quell’età in cui poi non fai troppa fatica a rimetterti in forma, ma in cui ti senti ancora sufficientemente giovane e carina da recitare ogni mattina tipo mantra “ma perché ‘sti chiletti in più non vanno giù?” (Autostima, dove sei? C’è un buco per terra…Niente, invisibile, persa per sempre forse.)

Semplice.

Perché se dieci anni fa andavo in palestra quattro volte alla settimana, ché dopo l’ufficio la cosa più impegnativa da fare era decidere a quale aperitivo partecipare, e ogni venerdì e sabato sera ballavo fino allo sfinimento, oggi esco dall’ufficio, mi catapulto a casa e mi occupo di altro. Di altro da me, si intende. Dieci anni fa avevo ventisei anni e il metabolismo era un altro e…” e basta, Valentina.

Ad un certo punto, quella mattina di qualche mese fa, ho smesso di guardarmi e ripetermi queste cose.

Ho 36 anni, sono molto più affascinante di quando ne avevo 26 perché ho vissuto dieci anni di vita in più. I miei occhi, la mia gestualità, il mio modo di camminare, di parlare, di ridere e di piangere sono diversi. Sono più bella. Non me la sto tirando. Penso solo che la vita nel suo bene e nel suo male, nelle sue gioie e nel dolore di passare davanti ad una fetta di cheese cake senza poterla afferrare, nel suo lanciarci a pioggia momenti di inestimabile benessere – e noi lì come le amiche della sposa a tendere il braccio per prenderne uno che si sa mai che mi sposo anch’io -, ci renda più intense, più belle, più noi. (La testa di Autostima sta facendo capolino, la intravvedo affacciarsi timidamente e guardarmi da sotto in su, speranzosa, come un cagnolino che prova a farsi dare qualcosa da mangiare dalla tavola.)

Io sono noiosamente imperfetta. Ci sono mattine in cui sono impresentabile, altre in cui sembro più giovane. Risvegli in cui la mia pancia sembra completamente piatta, altri in cui i mesi di permanenza di Samuele e Beatrice all’interno del mio addome si vedono chiaramente. Giorni in cui mi specchio nel finestrino della metropolitana e penso “diosanto, oggi sono vecchia”, altri in cui, complice un look un po’ modaiolo lo sembro meno (ai miei occhi, lo sembro meno. Perché i ragazzini sotto casa, anche se indosso un cappello strano e metto in mostra i miei tatuaggi, sempre ‘signora’ mi chiamano).

E quindi?

E quindi ho ancora quattro chili in più che si sono affezionati al portatore, porto una dignitosa “appena oltre la 40” e sono felice dell’aspetto materno che il mio corpo ha assunto, cui mi sono piano piano accomodata, arrendendomi felicemente e non facilmente al mio ruolo multiplo. I miei figli mi dicono che sono la mamma più bella del mondo, mi piace vincere facile. Il mio compagno sostiene che struccata io sia addirittura stupenda e io mi crogiolo come quando vedo che Kate Winslet porta almeno la 44. Tornerei indietro? Ma nemmeno se mi pagassero oro. Non perché disdegni il mio aspetto di quando ero ragazzina e poi quasi donna, anzi. Semplicemente, mi piaccio più adesso, con i miei bambini attaccati addosso ed il trucco che la sera sembro Pierrot, la mantella sempre un po’ sbilenca e le borse comode e le sneakers uguali a quelle della mia bimba piccola e quell’insano bisogno di un correttore per le occhiaie e della piega del parrucchiere. (La Signorina Autostima nel frattempo è tornata qui su da me, mi dà una pacca sulla spalla, io le ho chiesto scusa, perché i veri amici non si abbandonano mai; e lei, come la più paziente delle sorelle, mi sta invitando a bere una birra. Alla prossima!)

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