MARTINI A COLAZIONE

MARTINI A COLAZIONE

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“Federico è rimasto fuori di nuovo…”.
Marco alzò lo sguardo sulla sveglia, erano le sei del mattino e Camilla stava alla finestra con un Martini in mano. Alle sei del mattino…

Ripeteva la stessa frase ogni giorno: suonava come un rimprovero e il Martini di certo non aiutava la comunicazione. Fuori cominciava ad albeggiare, si alzò anche lui e gettò un’occhiata al lago che, come in una cartolina, sonnecchiava a poche centinaia di metri, un sottile strato di nebbia a fargli da coperta. Camilla era tesa, la situazione andava avanti così da troppo ormai. Faticava, a riconoscere in lei la ragazza divertente e sempre spettinata che aveva sposato. I capelli non li portava più sciolti, ma incastrati in un arcigno chignon che, com’era e come non era, dalla sera alla mattina era sempre perfetto. Colpa dei soldi. Sicuro. Il guardaroba firmato, la servitù, la casa sul lago, i nuovi “luccicanti” amici, il Martini, pure lo chignon. Quando abitavano in periferia, al quarto piano senza ascensore del condominio “Quadrifoglio”, non si sarebbe mai sognata di nascondere i suoi bellissimi, lunghi capelli e guardava con malcelato disgusto la bella società: non era invidia la sua, diceva solo che troppo denaro soffocava l’anima. “Guardali negli occhi! Cosa vedi?”, diceva. Lui non sapeva cosa vedeva, non rispondeva mai.
Aveva anche perso peso, se per caso il vizio di bere Martini all’alba non fosse stato abbastanza. E Federico… Federico era un grosso problema. Quel figlio ribelle che li disprezzava e frequentava la malavita. Usciva la sera e non si faceva vedere prima che arrivasse il giorno; entrava senza nemmeno salutare, incurante di Camilla che lo seguiva in camera con l’inseparabile Martini, le poche volte che ci arrivava prima che lui le chiudesse la porta in faccia. L’ultima bravata gli era costata un patrimonio, per tirarlo fuori dai guai stava prosciugando forze e denaro. Ogni volta che squillava il telefono in casa si sussultava.
Con nostalgia ricordò per un attimo il Federico bambino, che voleva volare sempre più in alto sull’altalena, che si rifugiava nel lettone dopo un brutto sogno, che li baciava prima di salire sullo scuolabus. E poi… e poi aveva vinto una grossa causa, che gli aveva spianato la strada per lo studio legale più importante della città e, una vittoria dopo l’altra… era arrivata una bella macchina, seguita da un’altra e dalla villa sul lago, in cui lui tornava spesso a tarda notte. Quando tornava. Camilla aveva lasciato il suo impiego alle Poste: non si era mai vista la moglie di un avvocato di spicco ad uno sportello, doveva adeguarsi. E si era adeguata. Aveva cominciato a tessere amicizie con altre moglie influenti, organizzava cocktail party a bordo piscina, le sue cene a tema erano osannate da tutti. Conosceva gente che si sarebbe venduta i figli, pur di ricevere un invito. Federico: per lui i giochi più costosi nel grande parco che circondava la villa, amichetti scelti ad hoc e una bella scuola privata da cui tornare nelle vacanze. Quotatissima s’intende. La retta costava quanto il suo annuale stipendio precedente, quando collaborava con il primo studio che gli aveva offerto una misera possibilità. Era frequentata dai figli di tutti quelli che contavano, doveva adeguarsi. E si era adeguato. Tornando a casa ogni volta più lontano, taciturno. Anche Camilla, negli anni, si era spenta a poco a poco. E ora non distoglieva lo sguardo dalla finestra, giocherellando con l’oliva del suo Martini, aspettando di sentire il rumore delle ruote sulla ghiaia del vialetto; una curva e avrebbe visto spuntare l’auto di Federico. Neanche si accorgeva di Marco che nel frattempo si era sbarbato e stava scegliendo la cravatta per l’ufficio. Inutile anche provare a parlarle, si sarebbe ripresa solo una volta che suo figlio fosse stato al sicuro, sotto le coperte. Quando aveva cominciato a bere? Non lo ricordava. Ricordava invece, come se fosse accaduto un paio di minuti prima, il momento in cui l’aveva vista la prima volta.
Si erano conosciuti alla festa di laurea di un amico comune: a lui mancava la tesi e la donna della sua vita, a lei mancava un lavoro a tempo indeterminato e un tipo con cui uscire più di un paio di mesi. Quando Franco li aveva presentati, per un attimo aveva pensato che era proprio lei, quella che aspettava da sempre. Ironia della sorte, era lui quella sera a bere Martini. Ricordava l’abito verde, l’essenza di mughetto che per un secondo aveva sentito quando si era avvicinata per parlare, sovrastando, anzi, annullando la musica che invadeva la sala. E quel gesto che faceva con la mano, per spostare i capelli. Si lasciarono scambiandosi indirizzi e numeri di telefono. Una volta uscita dal locale, Marco sentì di aver perso una parte di sé che aveva appena scoperto e decise di andare subito a riprendersela. Così la rincorse sul marciapiede e finirono nel suo appartamento, tra pile di libri accatastate ovunque e il frigorifero vuoto, tranne che per due o tre birre. Ecco, Camilla aveva rifiutato, dicendo che lei non beveva alcool, non lo sopportava proprio. A quanto pareva, aveva cambiato decisamente idea. Il sole si alzava inesorabile, i primi raggi cominciavano a superare le colline e presto avrebbero illuminato la stanza: proprio nell’angolo a destra, dove c’era la poltrona a righe su cui aveva trascorso diverse notti, quando Camilla era rimasta vittima di quel brutto incidente, che le aveva lasciato una vistosa cicatrice sulla gamba. Riusciva a scorgerne qualche centimetro: la vestaglia viola che la fasciava arrivava appena al ginocchio. Chissà perché non aveva mai voluto toglierla, in fondo bastava un semplice intervento chirurgico. Mentre prendeva la camicia blu dall’armadio, si chiese come sarebbe stata la loro vita, se non avesse vinto quella causa, se Camilla e Federico avrebbero potuto essere diversi. Forse era sufficiente che sua moglie smettesse di bere Martini all’alba…
Si erano sposati appena un anno dopo essersi conosciuti, con una cerimonia semplice e un viaggio di nozze di tre giorni a Venezia. A loro sembrava un sogno, perché ancora non immaginavano che avrebbero girato il mondo fino a stancarsene. Le prospettive in realtà non erano buonissime: campavano con lo stipendio di lei, che aveva ottenuto il tanto sospirato impiego alle Poste, mentre lui faceva praticantato. Non tutti gli avvocati entravano nell’Olimpo e per quanto impegno mettesse nel suo operato, era lungi dall’immaginare l’enorme successo da cui invece era stato travolto. Una fortuna? Una sfortuna? Non l’avrebbe mai saputo. Intanto scese a fare colazione, senza essere degnato di uno sguardo. Filippa aveva già preparato tutto, nell’enorme salone con vista lago, sul tavolo a cui potevano sedere almeno venti persone e che invece utilizzava da solo. Alle pareti quadri ricercati: una delle poche passione di Camilla che avevano resistito al tempo, esasperata anzi, dalle enormi possibilità economiche. L’amore per l’arte, che una volta la vedeva girovagare per mostre e musei, si era tramutata in una corsa alle aste, alla ricerca di trofei da esporre. Così a Marco toccava dividere i pasti con il ritratto di Ascanio Sforza, di cui nemmeno ricordava l’autore, certamente celebre.
Ricordava invece, che pochi mesi dopo il matrimonio le aveva fatto una sorpresa, portandola alla Galleria degli Uffizi, dove si era incantata dinnanzi a una tela del Perugino. Lui si guardava attorno con scarso interesse, allora Camilla aveva cercato di spiegargli perché amava tanto l’arte: era essa l’unico modo, per le persone che avevano camminato sulla terra, di attraversare i secoli per arrivare a noi. A noi che nulla sapevamo delle loro vicissitudini, ma che avremmo rammentato i loro volti, cercando un messaggio nascosto che viaggiava nel tempo. Un privilegio toccato a pochi. Così era per i paesaggi, istantanee di un attimo che non si sarebbe replicato mai più. Colori, luci, emozioni irripetibili. Chissà se la pensava ancora così, aveva perso il conto degli anni trascorsi parlando molto, senza in realtà dirsi nulla. Di Federico ancora nessuna traccia. Avrebbe voluto che tornasse, prima di andare in ufficio.
Terminò di bere il caffè e salì in camera a vestirsi, dove trovò gli abiti scelti e prontamente rinfrescati da Filippa. Sua moglie, il bicchiere di Martini ormai vuoto in mano, non si voltò nemmeno quando accidentalmente urtò la lampada del comodino, che si infranse sul pavimento spargendo vetro di Murano in ogni angolo. Pensò di scuoterla così violentemente da farle riprendere la ragione con quell’unico gesto e stava per avvicinarsi, quando sentirono il rumore della ghiaia che veniva spazzata via dall’auto di Federico, che parcheggiò con noncuranza sull’aiuola e ne discese barcollando, la camicia disordinatamente fuori dai pantaloni e spiegazzata. Camilla si precipitò al piano di sotto, i piedi nudi che volavano per le scale. Filippa entrò ad annunciare che l’autista lo attendeva. Era ora. Scese e sulle scale li incontrò per un attimo prima di uscire: Federico precedeva Camilla, lo sguardo perso, gli sorrise e si diresse in camera. Lei dietro, l’ansia svanita.
Marco salì in auto e partì, sarebbe stata una lunga giornata: si occupava della causa Marenghi – Tozzi da due anni e quel giorno si sarebbe finalmente conclusa. Non prima però delle sue tappe abituali, che l’autista ben conosceva: scese dal fioraio per comprare tre gigli bianchi e cinque rose gialle. Quando entrò al cimitero il sole era ormai alto nel cielo. Da lì non si vedeva il lago, peccato, avrebbe dovuto pensarci. Lasciò i fiori sulle tombe di Camilla e Federico, che sorridevano giovani e spensierati dalle fotografie. Quel mattino di nove anni prima, lui era già uscito per recarsi in ufficio, quando Camilla ricevette la telefonata che annunciava l’incidente del figlio: era finito nel lago con l’auto, ubriaco, forse drogato. Quando era arrivata sul luogo, stavano facendo riemergere il veicolo, in cui si intravedeva la sagoma di un uomo. Tanto era bastato. Tornata a casa, era salita in camera e si era gettata dalla finestra. Un po’ li invidiava. Loro potevano stare insieme, a lui restava solo la follia che ogni giorno gli faceva vivere lo stesso momento, l’ultimo in cui li aveva visti.

 

Come si riconosce un bevitore “a rischio”?


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