Natale ed il diritto di morire

Natale ed il diritto di morire

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Natale, festa di vita, di luce, di famiglia. Che c’entra il diritto di morire con un bambino nato in una mangiatoia più di duemila anni fa? Sono giorni frenetici questi. Giorni in cui ci prepariamo, in modo convulso, a festeggiare un evento magico con i nostri cari e apparecchiamo la tavola, preparando pranzi e cene luculliane, perchè così nutriamo la vita e la nostra voglia di stare insieme. Eppure ci sono, in questo clima di festa, persone a cui non è concesso invece, non solo festeggiare, ma addirittura neanche pensare a come porre termine, in modo sereno, alle proprie sofferenze.
Max Farelli e Dominique Velati, condividono la tragica condizione della malattia degenerativa, ma anche la peggiore delle sorti: quella di essere lasciati da soli a combattere una battaglia per un diritto, quello di morire in modo dignitoso, che appartiene o dovrebbe appartenere a tutti noi.
Max Fanelli è un uomo di 55 anni, ex dirigente d’azienda, che, due anni dopo aver fondato una Onlus con la moglie per sostenere le difficili condizioni dei bambini nella Sierra Leone, nel 2013, scopre di essere affetto da SLA, sclerosi laterale amiotrofica che partendo dal “mignolo della mano sinistra” ha tolto a Max, in una progressione infernale, il controllo di ogni parte del suo corpo, immobilizzandola e lasciando solo la palpebra dell’occhio destra libera di fare dei movimenti. Questi movimenti, letti da un computer e trasformati in parole metalliche, sono l’unico mezzo che gli resta per comunicare con il mondo. Le sue gambe, dice infatti Max, sono divenute pietre e le sue braccia, rami secchi.
Dominique Velati è una donna cinquantanovenne di Novara, attivista del Partito Radicale ed affetta da un tumore non curabile. Considera la sua lotta contro la malattia, con prognosi nefasta, una battaglia impari, perchè troppo doloroso è affrontare la chemioterapia, consapevole di dover comunque morire, divorata dal male. Recentemente Emma Bonino le ha rivolto un messaggio di commiato, perchè Dominique ha deciso che andrà a morire in Svizzera in questi giorni, non essendoci ancora, in Italia, la possibilità di scegliere di porre fine alla propria vita, seppur segnata da atroci sofferenze.
Max e Dominique sanno di aver perso la battaglia contro la malattia, ma hanno lottato perchè in Italia ci sia al più presto una Legge che tuteli il diritto alla morte e dunque, il diritto alla vita.
Perchè vivere e morire sono fasi di un unico processo, indistricabilmente legate e si conferiscono, a vicenda, un senso.
Ripenso al bambino, nella mangiatoia, che nasce profugo e senza diritti. Penso che, in condizioni estreme, nel buio nero della notte, si accenda una luce, si fermi il tempo. E penso alla notte del corpo di Max che si spegne e alla notte che separa Dominique dal suo commiato alla vita. Penso che sia la stessa notte e che, semplicemente, debba ancora arrivare la stella cometa. Penso che i pastori hanno mollato tutto e hanno seguito la luce. Penso che, se avessimo solo una minima parte del cuore di quei pastori, ci incammineremmo accanto a Max e a Dominique, come già avremmo dovuto fare con i coniugi Welby e con Beppino Englaro, e come dovremmo fare con tutti quelli che chiedono di esercitare il diritto sacrosanto ad una “buona morte”. Perchè le battaglie dei diritti umani e civili, attengono alla laicità dello Stato, ma hanno in sè, la sacralità e la tenacia di un bambino povero, che nasce, in una notte di silenzio assordante e cambia il mondo.

Per stare dalla parte di Max e conoscerlo meglio seguite questo link.


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