PERCHE’ MIO FIGLIO MI HA UCCISO?

PERCHE’ MIO FIGLIO MI HA UCCISO?

  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  

Monologo fantastico post mortem di una mamma uccisa dal figlio.

(Ogni riferimento a cose o persone è puramente casuale).

Quale genitore non resta senza parole davanti a certi fatti? Quale genitore non si pone degli interrogativi?

 

Mio figlio mi ha ucciso. Ha ucciso me e mio marito. Mi ritrovo a guardare i nostri due corpi insanguinati sul letto e a chiedermi perché.

Anzi, non è neanche stato mio figlio, è stato un suo amico, l’amico del cuore, – per “difenderlo” – ha detto; per “difenderlo” dalle nostre pretese, dai nostri “attacchi” – come li ha definiti poi.

Magari a volte abbiamo esagerato, forse. Soprattutto io, terrorizzata che, una volta o l’altra, potesse finire male. E sono arrivata a pretendere sempre di più -forse- a non essere mai contenta dei suoi risultati scolastici -forse. Ogni giorno un’urlata, ogni giorno un “non ne posso più”.

E così ha chiesto aiuto. Ma non a noi, ai suoi genitori, ma contro di noi. Ha chiesto aiuto al suo migliore amico, gli ha detto: ”Ammazzali tu, io ti aspetto di là”.

Ma come, come? Come può pensare un figlio ad una cosa del genere? Come può covare, un figlio, un odio così sordo e feroce contro un genitore, contro entrambi i genitori? E sì che tante volte ci eravamo interrogati sul da farsi, tante volte mi ero chiesta cosa fosse meglio fare, come sarei dovuta intervenire: ero andata dagli insegnanti, a parlare di lui, a cercare di capire, avevo cercato di distrarlo dalle “cattive compagnie”, l’avevo iscritto agli scout da piccolo, perché imparasse le regole, l’amore per gli altri, il rispetto, la forza dello stare insieme.

È stato tutto inutile. Mi ha tolto di mezzo, così, come un sassolino dalla scarpa, che ti impedisce di camminare e poi non ci pensi più. Così, pensando – forse – di cavarsela. Povero figlio mio. Quanto hai sofferto. E quanto soffrirai ancora.

La domanda, però, non è “perché?”. È “come?”. Come fare perché ciò non accada più? Come fare per sintonizzarsi con questo figlio, con “questi” figli, entrare nella loro lunghezza d’onda, fare breccia nei loro cuori? Come?

Ho provato di tutto. Quando ho saputo di essere incinta, ho comprato tutti i libri possibili che parlavano di figli, scritti dai pediatri più famosi. Mi sono iscritta a tutti i blog di “mamme” per confrontarmi, capirmi, leggere cosa le altre mamme facevano. Quando sono iniziati i problemi con la scuola, abbiamo deciso con suo padre una “seria linea di condotta” – come diceva lui, che lo “avrebbe monitorato” una volta la settimana, “verificando” i risultati ottenuti rispetto a quelli previsti. Lui rispondeva, è vero, malvolentieri, diceva “non sono mica un’azienda!”, ma l’importante era fissare gli obiettivi, dicevamo noi, e verificarne il raggiungimento. Poco importa se ciò avveniva per mail, su un allegato excel, invece che di persona.

Forse che ci siamo dimenticati del fatto che un figlio è un essere umano? Che “non basta avere in casa una persona per 16 anni per farne un figlio”, come ha scritto qualcuno? Forse che, una volta “grande” abbiamo creduto di poterne “valutare i risultati” a cifre invece che scambiarci sentimenti?

Io non lo so.

So solo che noi lo abbiamo amato.Tanto. Con i nostri mezzi, con i nostri sbagli ma soprattutto con il nostro cuore.

Noi non sappiamo darci una risposta.

Se potete, datecela voi.


  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  

Leave a Comment