Ti amo e poi ti odio

Ti amo e poi ti odio

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“La vita è quella che tu dai a me / in guerra tutti i giorni sono viva / sono come piace a te / ti odio e poi ti amo e poi ti amo / e poi ti odio e poi ti amo / non lasciarmi mai più”: cantava Mina verso la fine degli anni ’70. Una canzone d’amore che ci racconta di un sentimento struggente, ossessivo e soprattutto unilaterale.

L’amore, nelle sue manifestazioni sane e positive, è un bisogno naturale dell’individuo e una preziosissima risorsa del genere umano.

Tuttavia, nella società odierna, ricca di rapporti instabili e caratterizzata da un affievolimento dei valori della famiglia, questo sentimento umano conduce spesso ad una frustrazione legata ad esperienze negative.

Quando nel rapporto affettivo si altera l’equilibrio tra il dare e il ricevere, l’amore può tramutarsi in un atteggiamento ricorrente che alimenta sofferenza e genera disagio psicologico fino a diventare dipendenza affettiva. Spesso, chi ama troppo, si prodiga in modo eccessivo per risolvere i problemi del partner, che non mostra gratitudine. Così, nell’esasperata pulsione di dedicarsi completamente all’altro, si finisce per estraniarsi completamente da se stessi. Ci si allontana da sé, annullandosi totalmente.

Ciò non accade per troppo amore verso un altro
ma per poco amore verso se stessi.

La dipendenza affettiva è sempre esistita ma è soltanto verso la fine degli anni ’70 che si incomincia a parlare di disagio psicologico e della necessità di affrontarlo in modo specifico.

Da allora si moltiplicano le ricerche e le pubblicazioni su questo tema e le persone coinvolte si riuniscono in gruppi per sostenersi a vicenda. Negli anni ‘90 nasce l’associazione AMA, che promuove e coordina i cosiddetti gruppi di auto-mutuo-aiuto su tematiche di vario tipo, compresa la dipendenza affettiva. Perlopiù sono gruppi al femminile, poiché il fenomeno riguarda in elevata percentuale le donne. Il malessere si manifesta con varie intensità e i sintomi possono andare dalla bulimia all’anoressia, dalla depressione all’autolesionismo con frequenti crisi di pianto e somatizzazioni di diverso tipo.

Secondo la psicologa Dusty Miller, autrice del libro “Donne che si fanno male”, uomini e donne reagiscono diversamente ai traumi subiti. Più precisamente, tra gli uomini è più comune la tendenza ad allontanare dalla mente il dolore delle violenze, carenze o prevaricazioni subite attraverso meccanismi di identificazione con l’attore di queste mancanze o aggressioni.

Le donne, invece, tendono generalmente a rivivere ciò che hanno subito, riproducendo le carenze o le violenze, nel tentativo illusorio di controllarle e di riscattarsi dal passato.

Non solo una famiglia disfunzionale può essere all’origine della dipendenza affettiva, ma anche una certa cultura che esige soprattutto nel femminile l’obbligo a compiacere e, da bimbe, a prendersi cura delle emozioni degli adulti di riferimento. Così si sviluppano caratteristiche che, a lungo, possono risultare deleterie: ci si prodiga eccessivamente per accontentare gli altri a scapito del proprio benessere; si prova rabbia e frustrazione perché non si dispone del controllo totale sull’altro; si diventa ossessivi; si nega l’evidenza; ci si sente vittime, intrappolate in una situazione in cui non s’intravede via d’uscita.

Anche le favole ascoltate nell’infanzia non aiutano: c’è una cenerentola che aspetta il suo principe azzurro che la possa salvare o una bella che amando ciecamente una bestia spaventosa ha il potere di cambiarlo.

Così, chi è stretto nella dipendenza affettiva si nutre di forti emozioni e le problematiche da risolvere lo tengono vivo, come spiega il sociologo Anthony Giddens, ovvero sperimenta una sensazione di euforia in funzione delle reazioni manifestate dal partner rispetto ai propri comportamenti. A questo stato di ebrezza è connessa la perdita dell’Io, ossia della capacità critica di sé, dell’altro e della situazione. Poi, c’è l’aspetto della tolleranza, per cui chi dipende attende con trepidazione il momento in cui riceverà la sua “dose”, intesa come una quantità di tempo da trascorrere in compagnia del partner. L’assenza della persona da cui si dipende porta pertanto ad uno stato di prostrazione e di disperazione che può essere interrotto solo dalla sua presenza concreta e materiale: “In un attimo tu / sei grande grande grande e le mie pene / non me le ricordo più”.

 


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